Home | Credits
Rete maestra - Mario Bertolazzi


Chi non ha voglia di leggere, può cliccare qui e la storia glie la racconto io

Il computer oggi è indispensabile. Si fa tutto col computer. Qualcuno ci fa persino la musica… senza tenere conto che per creare ci vogliono delle idee… e il computer non ha idee: ha solo istruzioni che possono essere tanto sofisticate da offrire risultati anche affascinanti ma – purtroppo – talmente precisi da non poter essere considerati emozioni umane. Ma sto parlando di oggi. In pratica, una gran parte delle storie che scrivo nei miei “sintagmi” riguardano la vita precedente: prima che esistesse il “cervellone” della IBM, prima che nascesse il primo “personal computer”, prima che tutti imparassero che tutto ciò avrebbe potuto essere utile. Naturalmente anch’ io sono entrato – nonostante la veneranda età – nelle maglie della “rete” e – penosamente - mi arrabatto a servirmene, con l’aiuto di amici esperti: Giuseppe per il computer… Andrea per il sito… Paolo per la musica… Ultimamente però ho capito che la “rete” non è soltanto utile. Qualche volta la “rete” è maestra. Infatti la “rete” una volta mi ha obbligato ad accendere un ricordo speciale; è bastato un messaggio. Il 30 luglio 2008 ho ricevuto una lettera nel mio sito. Diceva:

Gentile Maestro Alberto Testa, sono Alessandro Tordini, 30 anni, laurea al DAMS cinema di Bologna e diploma in sceneggiatura a Roma. Sto ultimando un saggio riguardante gli autori italiani di colonne sonore degli anni 60/70. Le sarei estremamente grato se potesse fornirmi qualsiasi notizia del maestro Mario Bertolazzi poichè non sono riuscito a trovare neanche una riga di biografia... Ringraziandola anticipatamente le porgo i miei piu’ cordiali saluti…

Mario Bertolazzi? Il mio amico Mario? Ho continuato a leggermi e rileggermi quelle parole con una commozione infinita che saliva dentro di me…e intanto…una vita mi passava davanti agli occhi della memoria…Mario Bertolazzi? Il mio amico Mario? Grazie “rete” che mi hai costretto a ricordare. Anzi, grazie Alessandro per avermi svegliato.
Gli ho risposto subito : “Ti dirò tutto quel che so di Mario Bertolazzi” poi ho passato quaranta giorni a non sapere cosa dirgli. Alla fine, non sapendo neppure se la mia risposta gli sarebbe stata utile… ho messo insieme una lettera che era il quadro di niente, di cose spicciole… che però forse sono la vita…
Non è comunque tanta roba perché nel periodo nel quale Bertolazzi e io ci frequentavamo, ero tanto occupato a star dietro al mio lavoro di rappresentante, alla mia famiglia, alle serate che passavo cantando in un paio di locali da ballo e alle canzoni che facevo di notte… che – giuro – non ce la facevo a seguire le evoluzioni degli altri.
Mario Bertolazzi è la persona che praticamente ha aperto la strada alla mia carriera. Io ancora lavoravo con mio padre e mio fratello come agente di commercio. Mio padre rappresentava alcuni fabbricanti di tessuti e noi – tornati dalla prigionia nel Texas - eravamo un po’ spaesati; specialmente io, che avrei voluto fare il cantante di musica leggera (i miei modelli erano Natalino Otto e Ernesto Bonino). Per stare vicino alla mia passione, cioè la musica, mi ero iscritto a “Amici del Jazz”. Si trattava di un gruppo di amanti della musica jazz (ma non solo jazz, anche swing) capeggiato da un infaticabile Gianfranco Madini. Il gruppo si riuniva spesso ad ascoltare musica e fare jam sessions nei posti più strampalati: in casa, in pasticcerie, in teatri, nei garage, nelle cantine, una volta addirittura in un Club di Bridge… insomma, dove si trovava accoglienza. Quando venivano organizzate jam-sessions, nei tempi di preparazione tra un gruppo e l’altro, siccome non suono alcuno strumento, io avevo l’incarico di illustrare i musicisti e – soprattutto – di tener buono il (poco) pubblico di appassionati, raccontando qualche storiella o barzelletta. Io ho un carattere timido e naturalmente quando faccio… strafaccio. Pare che questo fosse apprezzato e così sono diventato buon amico di molti artisti come Gigi Cichellero, Armando Trovajoli, Carlo Alberto Rossi, Lelio Luttazzi e di molti altri musicisti e cantanti, tra i quali Mario Bertolazzi: musicista, pianista, emiliano (forse bolognese), non molto alto, con una notevole bazza e due manone grandi e dita larghe che non so come potessero colpire, ognuna, un solo tasto per volta.
Un giorno Mario, che ormai sapeva molte cose di me, compresa la mia passione per le canzoni, mi disse :”Tu che sei stato in America faresti il testo in inglese su una musica mia? In italiano me lo sta già facendo Testoni (ottimo e allora famoso autore di testi)!” Gli dissi che ci avrei provato e – dopo due giorni dalla consegna della musica – andai a casa sua e cantai sulla sua bella musica un testo che non ricordo ma che certamente era orribile perché il “mio inglese” l’avevo imparato dai soldati americani di guardia al campo di Hereford e dagli operai messicani coi quali ero stato in contatto in fonderia a Dumas, appunto nel Texas. Lui portò il testo a C.A.Rossi che allora era il suo editore e Carlo Alberto mi chiamò per dirmi: “Io non so l’inglese ma secondo me tu sei bravo!” Era evidentemente una battuta ma io l’ho presa per buona. Così ho cominciato a portargli un testo al giorno – in italiano - su una musica che mi aveva affidato per prova. E così mi sono ritrovato a frequentare le Edizioni Ariston, fenomenale sodalizio artistico-commerciale tra i fratelli Carlo Alberto e Alfredo Rossi. E qui devo fare una notazione: è vero che Milano aveva il “governo” della canzone e Galleria del Corso era “montecitorio” ma erano ancora i tempi del pionierismo musicale del dopoguerra per cui l’Ariston, anche se sfornava un successo alla settimana, divideva le quattro stanze dell’ufficio con l’ Edizione Settenote diretta dal Roberto Olivieri, figlio del M° Dino Olivieri (direttore de La Voce del Padrone, poi EMI); e nella stanza più grande con terrazzo affacciato sulla “Madonnina”, aveva lo studio l’impareggiabile Gorni Kramer con le sue edizioni musicali. Lì ho conosciuto tutti i grandi “poeti della canzone”: Nisa, Pinchi, Biri, Bertini, Testoni, Panzeri, Bonagura, Danpa e tutti i giovani musicisti che cercavano all’Ariston l’apertura della loro strada, come Pino Spotti e appunto, Bertolazzi. L’Ariston – non so dire perché - non lanciò il mio amico Mario; e lui cambio stanza, voglio dire passò alle Edizioni Settenote di Olivieri, nella stanza accanto. Di testi in inglese non si parlò più, anche perché Roberto Olivieri apprezzò la prima nostra canzone in italiano, intitolata “Valentino” e la affidò al Quartetto Radar che pochi giorni dopo la inserì nel proprio repertorio radiofonico. Era la nostra prima canzone pubblicata: la mia prima ma credo anche la sua prima. “Valentino” fu firmata Bertolazzi-Santos (la mia città natale); avevo scelto uno pseudonimo perché non avevo il coraggio di dire a mio padre che stavo diventando “paroliere”. Poi la SIAE bocciò lo pseudonimo e così sulla mia prima canzone il mio nome non apparve mai! Comunque il pezzo piacque e dopo quel primo colpo, Olivieri ci pubblicò diversi brani dei quali mi ricordo vagamente e dei quali non ho conservato le stampe perché forse non credevo ancora che quella dell’autore sarebbe diventata la mia professione. Alcuni titoli sono: Frankie and Johnny – Non è il caffè – Però però – T’amo e t’amerò… C’è una piccola ingenua storia a proposito di quest’ultima canzone che fu cantata da Natalino Otto in RAI, unica radio esistente allora, in diretta e “dal vivo” con l’orchestra del M° Carlo Zeme (credo fosse Zeme ma non ci giurerei). Entusiasti ed emozionati, Mario Bertolazzi, Roberto Olivieri e io andammo in treno a Torino e ci presentammo alla sede della radio dove sapevamo che avremmo trovato il cantante e il direttore d’orchestra, per ringraziarli dell’esecuzione ma i due erano fuori, a pranzo. Li aspettammo una mezzoretta e quando li vedemmo arrivare (a piedi dalla piòla), ci presentammo ed esternammo calorosamente la nostra soddisfazione. Natalino si schermì dicendo che si trattava di routine, che la canzone gli piaceva e che non c’era bisogno di ringraziare. Idem fece il maestro e a quel punto ci stringemmo la mano per salutarci. Loro rientrarono nel palazzo della Radio e noi tornammo in stazione a riprenderci il nostro treno per Milano. Eravamo soddisfatti: loro e noi. Sembra strano ma così andava il mondo della canzone, nel 1954.
Un anno dopo, Bertolazzi collaborò con Marchesi e Metz per quella che oserei definire la PRIMA commedia musicale italiana, dopo il lungo dominio delle operette. Lui fu incaricato di fare le canzoni, bellissime. Bertolazzi chiese a Marchesi di lasciar scrivere a me i testi e la mia collaborazione fu accettata a patto che i miei diritti d’autore NON andassero ad intaccare gli incassi della rivista. Io fui ben contento comunque perché per me era una grossa occasione. Avevamo organizzato il lavoro in questo modo: Marchesi raccontava a Mario ed a me il soggetto delle varie scene e noi facevamo le canzoni adatte. Talmente adatte che suscitarono l’entusiasmo di tutti gli interessati: autori del copione (cioè i grandi Marchesi e Metz), attori, cantanti, musicisti. Mi ricordo qualche titolo: “Fretta fretta”, “Domani è un altro secolo”, “Una spira di fumo”, “Perbacco!”, “Baciami cherie”, “La pentolaccia” (per quel che posso dire, questo è stato il primissimo “rap” italiano, trentanni prima che ne nascesse un altro). I mesi di preparazione furono mesi di grandi soddisfazioni ma anche di impegno pazzesco per me, tenendo conto di tutto quel che dovevo fare al di fuori del teatro. Interpreti erano Isa Pola, Enrico Viarisio, Franco Scandurra, Renzo Giovampietro, Alberto Talegalli, la danzatrice Adela Adamòva, Isa Barzizza nelle “non-vesti” di una soubrette… e c’erano anche le stupende Bluebelles… Adesso, a più di cinquantanni di distanza, mi accorgo che non mi era mai capitato di notare una coincidenza incredibile: il mio primo (e finora unico) lavoro teatrale è quella commedia musicale, intitolata “Valentina”, mentre la mia prima canzone pubblicata si intitola “Valentino”. E le due storie non hanno alcun legame tra loro se non il titolo e la presenza di Mario Bertolazzi. Sembra impossibile ma davvero non me ne ero accorto finché la “rete” non mi ci ha costretto con la lettera di Alessandro Tordini. Molti anni dopo, “Valentina (una ragazza che ha fretta)” fu ritoccata per la televisione da Bertolazzi, da me e da Vito Molinari, per l’interpretazione di Elisabetta Viviani con la regìa di Molinari stesso.
Recentemente Vince Tempera, oggi uno dei più conosciuti arrangiatori e direttori italiani di musica pop, mi disse che agli inizi della carriera era andato da Bertolazzi a sottoporgli un proprio lavoro. Mario Bertolazzi, si era seduto al pianoforte a coda, bianco, nel proprio ufficio e – mentre suonava quella partitura - gli aveva fatto una specie di pesante critica, spiegandogli quelli che secondo lui erano errori o perlomeno sbagli di impostazione. Vince era tornato a casa demoralizzato, convinto che gli arrangiamenti musicali non fossero il suo mestiere. Poi si disse “E se avesse ragione Bertolazzi? E se provassi a dargli retta?”. Rifece o corresse secondo i suggerimenti di Bertolazzi, riprese fiducia in se stesso… e adesso riconosce che in parte deve a quell’incontro e a quel maestro la forza per diventare un professionista (ottimo!).

Ecco: questo è tutto quel che so (o che mi ricordo) di Mario Bertolazzi. E sarà un capitoletto utile a chi vorrà parlare di Mario Bertolazzi. E’ un peccato che in Italia ci sia tanto scarso rispetto per artisti e autori che hanno fatto grande la musica popolare italiana nel mondo. Ho vissuto alcuni anni a Santa Rosa vicino a San Francisco e poi a Los Angeles e laggiù è tutto molto differente. Laggiù, se hai fatto qualcosa, sei qualcuno! E se cerchi su Internet, qualcosa trovi. Ora mi viene in mente una delle caratteristiche di Mario Bertolazzi: gli piaceva la confusione e – spesso – scendeva apposta in Galleria del Corso per sedersi a un tavolino del bar Due Gazzelle (che allora stava dove poi subentrò l’immenso negozio delle Messaggerie Musicali, all’angolo con Corso Vittorio Emanuele dove passavano ancora i tram e le auto)… e lì, immerso nel bailamme infernale della vita musicale e cittadina, scriveva i suoi formidabili arrangiamenti. Non ne sbagliava uno.